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USSbilenche. Capitolo XVI: Infinito Stampa E-mail
domenica 25 luglio 2010

Di Jacopo Masini

Tempo di lettura: 3'59"

2009_05_11_-_jacopo_masini.jpgMi capita, quando guardo le foto di Luigi Ghirri, di sentirmi inerme, come una cosa fra le altre, come una porzione di tempo e carne e sangue posata nel transito di ciò che accade e non accade. Ci sono certe sue foto - ad esempio una molto celebre, scattata a Formigine, in provincia di Modena, nel 1985- che mi danno l'idea di un flemmatico transito terrestre, in cui la mano dell'uomo si manifesta come tentativo di lasciare graffiti, piccoli segni, graffi, prima che l'uomo stesso decida di abbandonarsi al tempo che deve ancora venire.

C'è un suo libro in particolare, che mi è stato regalato da poco, un regalo inaspettato e preziosissimo, e che si intitola 'Infinito' (Biblioteca Meltemi), che mi ha dato da pensare. Non ci sarebbe nulla da pensare, in realtà, ed è difficile parlarne, perciò; ma almeno un pensiero mi è venuto, innescandone altri. 'Infinito' è, come ha scritto lo stesso Ghirri all'inizio del volume, "un possibile atlante cromatico del cielo; 365 possibili cieli.

Anche seguendo una schedatura ulteriormente precisa come in un calendario, l'anno solare 1974 in cui ho eseguito il lavoro sarebbe diventato, come è in effetti, un anno, non catalogabile, non riconoscibile a posteriori".

Io sono nato il 22 gennaio del 1974. Così, per prima cosa, fingendo che l'ordine delle foto corrispondesse a un ordine cronologico, sono andato a pagina 22, alla ventiduesima foto. L'ho osservata, pensando che potesse trattarsi del cielo che stava sopra la mia testa il giorno della mia nascita. Non importa se sia vero o no, ciò che importa -si tratta del pensiero di cui parlavo prima- è che sfogliando il resto del libro -un lungo cinema di nubi, cieli oscurati, un paio di aerei, qualche scia- mi è venuto da pensare che quei cieli sono identici ai cieli che ho vissuto in seguito e che vedo tuttora.

Non c'è alcuna differenza, le nubi sono le stesse, piene di un ribollimento che le fa fiorire, o sfrangiate ed evanescenti; i cieli sono delle stesse tonalità imperturbabili; niente è cambiato sopra le nostre teste. Il tempo non ha consumato l'aura celeste in cui galleggiamo. Per un attimo, questa idea, che si è manifestata osservando quel resoconto fotografico paradossale -è un po' come fotografare il nulla- mi ha vertiginato (ammesso che si possa dire) e quietato. Una specie di senso di libertà mi ha attraversato. "Non valgo nulla" mi è venuto da pensare "rispetto a quella persistenza celeste". E lo trovo bellissimo.

Il paradosso ulteriore è che Ghirri scrive per prima cosa, all'inizio del volume, che non ha mai amato le fotografie della "natura". Dice "ho sempre trovato in queste immagini, e nel disperato tentativo di bloccare il "momento naturale" una contraddizione insanabile con il linguaggio fotografico".

Perciò il lungo catalogo cromatico del 1974 è un fallimento in partenza. Ed è da una impossibilità, da un fallimento dato come assunto, che si muove. Ed è dal fallimento che sfocia nella contemplazione. Descrive semplicemente quello che può descrivere, senza prescrivere una "giustizia" del cielo.

Alla fine, passando attraverso qualche altro pensiero muto, mi è tornato in mente un pezzetto, scritto dallo psicanalista inglese Adam Philips, in un libro intitolato ‘I lombrichi di Darwin la morte di Freud'. Dice Philips "E allo stesso modo Darwin e Freud ci hanno costretto a chiederci quale sia il vero oggetto delle descrizioni della natura in generale e di quella umana in particolare; se sia cioè possibile distinguere le descrizioni dalle prescrizioni".

Mi sembra che quella descrizione dei cieli, compiuta da Ghirri, o meglio quella impossibilità della descrizione, sia una specie di specchio di una nostra eventuale descrizione: esseri umani in transito sotto cieli sempre uguali. Sotto i cieli del 1974, identici -eppure completamente diversi- a quelli del 2010.






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