| USSbilenche. Capitolo XVI: Infinito |
| domenica 25 luglio 2010 | ||||||
|
Di Jacopo Masini Tempo di lettura: 3'59"
C'è un suo libro in particolare, che mi è stato regalato da poco, un regalo inaspettato e preziosissimo, e che si intitola 'Infinito' (Biblioteca Meltemi), che mi ha dato da pensare. Non ci sarebbe nulla da pensare, in realtà, ed è difficile parlarne, perciò; ma almeno un pensiero mi è venuto, innescandone altri. 'Infinito' è, come ha scritto lo stesso Ghirri all'inizio del volume, "un possibile atlante cromatico del cielo; 365 possibili cieli. Anche seguendo una schedatura ulteriormente precisa come in un calendario, l'anno solare 1974 in cui ho eseguito il lavoro sarebbe diventato, come è in effetti, un anno, non catalogabile, non riconoscibile a posteriori". Io sono nato il 22 gennaio del 1974. Così, per prima cosa, fingendo che l'ordine delle foto corrispondesse a un ordine cronologico, sono andato a pagina 22, alla ventiduesima foto. L'ho osservata, pensando che potesse trattarsi del cielo che stava sopra la mia testa il giorno della mia nascita. Non importa se sia vero o no, ciò che importa -si tratta del pensiero di cui parlavo prima- è che sfogliando il resto del libro -un lungo cinema di nubi, cieli oscurati, un paio di aerei, qualche scia- mi è venuto da pensare che quei cieli sono identici ai cieli che ho vissuto in seguito e che vedo tuttora. Non c'è alcuna differenza, le nubi sono le stesse, piene di un ribollimento che le fa fiorire, o sfrangiate ed evanescenti; i cieli sono delle stesse tonalità imperturbabili; niente è cambiato sopra le nostre teste. Il tempo non ha consumato l'aura celeste in cui galleggiamo. Per un attimo, questa idea, che si è manifestata osservando quel resoconto fotografico paradossale -è un po' come fotografare il nulla- mi ha vertiginato (ammesso che si possa dire) e quietato. Una specie di senso di libertà mi ha attraversato. "Non valgo nulla" mi è venuto da pensare "rispetto a quella persistenza celeste". E lo trovo bellissimo. Il paradosso ulteriore è che Ghirri scrive per prima cosa, all'inizio del volume, che non ha mai amato le fotografie della "natura". Dice "ho sempre trovato in queste immagini, e nel disperato tentativo di bloccare il "momento naturale" una contraddizione insanabile con il linguaggio fotografico". Perciò il lungo catalogo cromatico del 1974 è un fallimento in partenza. Ed è da una impossibilità, da un fallimento dato come assunto, che si muove. Ed è dal fallimento che sfocia nella contemplazione. Descrive semplicemente quello che può descrivere, senza prescrivere una "giustizia" del cielo. Alla fine, passando attraverso qualche altro pensiero muto, mi è tornato in mente un pezzetto, scritto dallo psicanalista inglese Adam Philips, in un libro intitolato ‘I lombrichi di Darwin la morte di Freud'. Dice Philips "E allo stesso modo Darwin e Freud ci hanno costretto a chiederci quale sia il vero oggetto delle descrizioni della natura in generale e di quella umana in particolare; se sia cioè possibile distinguere le descrizioni dalle prescrizioni". Mi sembra che quella descrizione dei cieli, compiuta da Ghirri, o meglio quella impossibilità della descrizione, sia una specie di specchio di una nostra eventuale descrizione: esseri umani in transito sotto cieli sempre uguali. Sotto i cieli del 1974, identici -eppure completamente diversi- a quelli del 2010.
Solo gli utenti registrati possono inviare commenti!
Powered by !JoomlaComment 3.26
3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved." |
||||||